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Cosa ti Brucia, Germano?

La Calabria non era pronta per lui e viceversa. Ma Germano era partito lo stesso.

Scese lungo crinali storti, attraversò gallerie che non portavano da nessuna parte, e superò almeno tre cartelli con scritto “Benvenuti in Voi Stessi”.

A un certo punto smise di chiedere indicazioni. Ogni risposta suonava come un indovinello urlato in dialetto.

Vide paesi mezzi vuoti, dove le case erano vere, ma le persone erano sagome di cartone che gli dicevano “Torna domani”… anche se era oggi già dall’altro ieri.

Incontrò una processione di lumache sospese a mezz’aria. La sorpassò in silenzio. Avevano una strana tonaca e portavano minuscole lanterne.

E non lasciavano nessuna scia, ma nessuno gli spiegò il perché.

Sulla Sila partecipò alla sagra del Silenzio.
C’era un paese intero in festa, ma senza musica, né parole.
Solo tamburelli mimati e occhi lucidi come cipolle lasciate troppo sotto il sole.

Germano non capiva, ma iniziava a sentire. Qualcosa lo stava chiamando da dentro.

Incontrò un uomo seduto su una panchina sbeccata, con una maglia a strisce rosse e blu lo sguardo perso nel vuoto.

Davanti a lui, un pallone sgonfio. Accanto, una busta di carta con dentro qualcosa che faceva rumore anche da ferma.

“Hai l’aria di uno che cerca qualcosa,” disse senza voltarsi.

“Mah,” rispose Germano. “Forse… una domanda che brucia.”

Il tizio sospirò. “Siamo appena retrocessi in Serie C, ma guarda ‘sto tramonto. Se lo guardi bene… sembra una coreografia.”

Rimasero in silenzio.

Nel mentre passarono una vespa, due galline e un prete in bicicletta che cantava a squarciagola.

Poi, l’uomo parlò ancora: “Il problema del bruciore non è il bruciore. È che lo vuoi controllare. Ma il piccante… il piccante è anarchico. Ti prende, ti gira, ti ride in faccia… e ti insegna.”

Fece una pausa. Poi aprì la busta. Ne tirò fuori un panino.

“La vedi quella casa? Entra dal retro. E chiedi del fuoco che si spalma.”

Germano si alzò. E andò dove gli era stato indicato. Senza dire nulla.

L’illusione del giorno era quasi verso la fine e Germano si ritrovò in una bottega che odorava di legno, peperone e passato.

Il bancone era sgangherato e la luce tremolava.

Un vecchio tagliava qualcosa che non si poteva tagliare.

E sorrideva.

“Cercavi il peperoncino?” chiese senza alzare lo sguardo.

“Non più,” rispose Germano, senza sapere di saperlo.

L’uomo gli porse una fetta di pane caldo e croccante.

Sopra, un impasto rosso. Vivo. Vibrante.

“‘Nduja,” disse. “È come il fuoco… ma col cuore.”

Germano assaggiò.