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Mangia. E poi mi Dici

A Germano bruciava ancora un po’ la lingua, quando le rondini iniziarono a girargli attorno come idee a mezzogiorno.

Non volavano: danzavano.

Nel cielo, le loro traiettorie lasciavano scie lievi.

Germano non era certo di capirle, ma ne intuiva il ritmo. E dove c’è ritmo, c’è direzione.

Così si rimise in cammino, lasciandosi guidare da una nuvola strana che, nell’ultima luce del giorno, pareva scolpita da un mistico con la testa tra le pecore e lo sguardo rivolto ai secoli passati.

Somigliava vagamente a un castello.

Ma era un richiamo. Un’eco.

Camminò per ore, giorni…

Ogni tanto qualche contadino lo salutava con un gesto lento, come a dire “vai pure, ma torna diverso.”

E Germano annuiva, anche se non sapeva il perché.

All’alba vide una collina scavata dall’uomo e dal tempo. E una città che aveva cucito addosso un silenzio tutto suo.

Case che sbucavano dalla roccia come pensieri repressi.

Le vie sembravano labirinti. Nessuno correva. Nessuno spiegava.

Poi sentì un profumo. Pane. Vero. Antico. Quello che racconta più di quanto nutre.

Entrò in un forno incastrato tra due pareti di tufo. Dietro il bancone, un cinghiale con il grembiule nero e lo sguardo da rivoluzionario stanco.

“Vuoi qualcosa?”

“Cerco… sapori. Ma non so più se ho fame.”

“È la fame che ci cerca,” disse il cinghiale. “Qui, la fame ha costruito tutto. Anche la gioia.”

Gli porse una fetta di pane ancora caldo, e una salsiccia.

“Pezzente,” spiegò. “La più povera. La più sincera.”

Germano non parlò. Assaggiò.

Il sapore era una storia. Di mani nodose, di domeniche senza carne, di bambini felici lo stesso.

“Chi cuoce il pane, tiene viva la memoria,” disse il cinghiale.

Germano annuì. Con le briciole sul muso.

Ripartì da quella città magica, con un pezzo di pane nello zaino e una certezza scolpita nell’anima.

Germano camminava col passo svagato. Gli sembrava che ogni parola che pensava avesse un retrogusto speziato.

Il paesaggio si fece gentile, punteggiato da case tozze con cappelli di pietra, disposte come se un bambino avesse sparso i suoi giochi in giardino.

Tetti a punta, simboli antichi, dipinti come formule per non dimenticare.

All’ombra di una strana struttura fatta di pali intrecciati senza apparente motivo, ma con evidente gusto estetico, vide un chiosco traballante, pieno di cartelli incomprensibili: “Panini del giorno (che fu)”, “Focaccia (che sarà) solo dopo le 15”, “Si accettano sogni infranti come pagamento”.

Un gufo filosofo con cappellino da chef gli fece un cenno dal chiosco: “Ho quello che non sai di volere.”

Germano alzò un sopracciglio. Ma non si oppose.

Il gufo, senza aggiungere parola, gli mise in mano una focaccia calda con purea di fave, pomodoro secco e burrata.

“Un panino?” chiese il leone.

“Un rito. Mangia. E poi mi dici.”

Mangiò.

Nel primo morso, sentì la terra.

Nel secondo, vide la luce.

Nel terzo… scoprì sé stesso.

Il gufo rise. “Capito?”

“Forse.”

“Tu sei il tipo da domande che fanno fatica a diventare risposte”, disse il focacciaio filosofo, mentre aggiustava un fiore sul suo berretto.

Germano masticava lentamente.

Poi, continuò. “Non sai cosa vuoi, ma hai imparato a camminare senza domandartelo. È già qualcosa.”

Germano si commosse. Poi rise anche lui, con un filo di burrata sulla criniera. Si rimise in cammino e proseguì fino a quando il cielo si fece geometrico.

Nessuna curva. Nessun pendio. Solo simmetria.

In lontananza vide un edificio ottagonale che sembrava costruito da un sogno matematico — troppo preciso per essere umano, troppo poetico per essere divino.

Un cartello sbiadito diceva: “Qui finisce la Puglia. Ma non i racconti.”