Passa al contenuto principale

La Strada che Suona

Germano scendeva dalle Alpi.

Aveva ancora negli occhi la luce delle cime. E nel cuore, una domanda che nessuna vetta aveva saputo sciogliere.

Alla fonte — quella dell’uomo della Via Francigena — si fermò.

Tirò fuori la pietra bianca. La tenne un attimo tra le zampe, poi la rimise al suo posto.

“Non tutto ciò che trovi è tuo,” sussurrò. “Alcune cose vanno solo comprese. E poi restituite.”

Aggiustò il nodo alla bandana. E continuò a scendere.

In quel silenzio irreale, sentiva di avere bisogno di suoni. Non di parole. Non di rumore.

Cercava una melodia fatta di gusto.

La trovò. Dritta, tesa come un filo steso tra il silenzio e la memoria.

Una linea che attraversa tutto: pianura, nebbia, dialetto e ricette. Una strada antica. La imboccò con passo deciso.

La montagna era finita da un pezzo, la pianura era stesa come la tovaglia della domenica.

Vide una torre quadrata che sembrava un pugno.

Vide un suonatore di fisarmonica, sotto un portico.

Da solo.

Suonava per nessuno. Un brano incerto, ma con una certa dose di coraggio.

Germano ascoltò per un po’. Poi riprese a camminare. Era un mattino lattiginoso e, tra pioppi e un grande fiume, lo accolse una trattoria con le finestre appannate.

Dentro, un uomo affettava il salame suonando un clarinetto. Ogni fetta, cadendo sul piatto, emetteva un suono jazz: “ba-dum, tss… ba-dum, tss”.

Germano assaggiò e annuì con aria da esperto. “Buon groove.” disse.

Il salame continuava a scivolare a ritmo sincopato, come se fosse l’anima grassa di un contrabbasso.

Il grasso cantava, il pepe pizzicava, la dolcezza abbracciava.

Era una ballata lenta che sapeva di casa. Anche se non era la sua.

Prima che la nebbia si facesse giudizio, un ponte antico — tutto mattoni e curve — lo aiutò a passare. Su un muro, un graffito: “Libertà è un gusto da imparare.”

Nessuno in vista.

La strada lo condusse in un luogo dove il silenzio era fatto di legno, tempo e latte.

Forme rotonde, massicce, erano accatastate con cura e amore.

Un tipo strano in camice bianco le percuoteva con un martelletto. E non emettevano solo un suono secco… ma rispondevano in coro.

“Oh Eppy Daaay!” rimbombarono le forme all’unisono, come un gospel stagionato di latte e nebbia.

Germano assaggiò una scaglia di quel capolavoro e vide le forme ondeggiare come un coro in chiesa.

Altro che musica sacra,” pensò, “questa è musica stagionata.”

Riprese la strada.

Tra le corti e le nebbie, una rotonda perfetta.

Al centro, una statua equestre avvolta dal vapore del mattino.

Germano alzò lo sguardo.

Il cavallo pareva annusare l’aria.

Entrò in una soffitta piena di botti.

Un bambino giocava tra gli odori dell’attesa.

“Questo è aceto. Ma non è acido. È pazienza concentrata.”

Una goccia su una fragola matura.

Dolcezza. Legno. Ruggine. Sogni evaporati.

Ma quando la goccia toccò il frutto, si moltiplicò in mille note lucenti che svolazzarono per la stanza. “Attento,” rise il bambino. “Una goccia ti fa sentire ogni cosa… anche un concerto imprevisto.”

Germano addentò la fragola e sentì un quartetto d’archi suonare tra i denti.

Un treno passò lontano, su una linea che tagliava il cielo. Una scritta sul muro: “At’vói ben”, e accanto un disegno: una torre che si piegava appena.

Germano rallentò.

C’era odore di mercato, di ragù coccolato per ore, di libri antichi e scale che portavano in stanze senza finestre.

Un laboratorio silenzioso.

Un pastaio cieco. Mani lente. Mani che impastavano pensieri.

“Vedi, io non vedo,” disse il pastaio, sorridendo, “ma sento anche quando qualcuno brucia il soffritto a tre strade di distanza.”

Le tagliatelle sbattevano sul tavolo come note.

I tortellini si chiudevano con un “plin” perfetto, come la nota giusta che completa l’accordo.

Quando Germano assaggiò un tortellino in brodo, sentì di essere finito in una sinfonia… con sè stesso come direttore distratto.

La strada si fece ampia, accogliente. Tra una curva e un campo, una casa bassa con una sedia fuori.

Sulla sedia, un vecchio.

Germano si fermò. “Vorrei da bere,” chiese.