Passa al contenuto principale

Dove il Tempo Balla

Germano voleva tornare a casa.

La savana lo chiamava nei sogni.

Ma prima, il biglietto senza scritte lasciato dal Piccione lo spingeva altrove.

Un luogo. Un paese. Strano. Piccolo. Dove accadono cose che non accadono da nessun’altra parte.

Germano seguì un odore. Un’eco. Un’ipotesi.

A pochi chilometri dal mare, la strada iniziò a salire dolcemente, verso la collina.

Il sentiero lo portò dove l’asfalto si sbriciola e i cartelli sembrano battute lasciate a metà.

Sentì un profumo di pane e una musica strana.

Li seguì e si ritrovò in un laboratorio assurdo.

Un fornaio musicante stava suonando una strana pianola, dalla quale uscivano decine di cavi.

Germano entrò e sgranò gli occhi.

Il fornaio non fece una piega e disse: “Sto solo facendo lievitare meglio il pane.

“E funziona?”

“Assaggia,” disse, e gli porse una fetta di quel pane.

Germano assaggiò.

Al primo morso sentì il sapore del grano e il calore del garbino, con i profumi d’Africa che si portava dietro.

Al secondo sentì solo suoni strani e distorti tipo… “SGNAAAAUUUUU!”, “WUUUIIIIUUUUUIIII” e “SDRAAAAANGGGGHHH…”

“Ma questa è cacofonia!”

“Eh, no!”, rispose il fornaio “questa è l’anarchia del gusto… anzi… no… è l’anarchia del suono che puoi mordere!”

E scoppiò a ridere.

E Germano capì, finalmente, il significato del verbo “spataccarsi” che il piccione aveva cercato – invano – di spiegargli.

Quel pane e quella ricetta fatta di suoni impastati con l’amore e la follia lo avevano messo di buonumore.

Sentiva di aver preso la strada giusta, ma anche di non essere ancora arrivato alla sua meta.

Riprese la strada.

Superata la prima collina, ne vide una seconda. E un paesino arroccato sulla cima più alta.

Arrivò nei giorni di una festa.

Ma non era una festa come le altre.

C’erano lampioni spenti e torce accese di notte, vecchi che danzavano con bambini vestiti da paggetti, scarpe che brillavano come stelle, e stendardi con su scritto: “Benvenuto, chiunque tu sia.”

Al primo angolo, un uomo con il pizzetto a punto interrogativo gli porse una teglia: peperoni e pomodori appena sfornati.

“Mangia. Il tempo qui cuoce piano.”

Uno chef ruspista lo chiamò da una veranda. Gli servì fagioli con le cotiche, conditi con imprecazioni in dialetto romagnolo sparse a piene mani. “Ogni cucchiaio è una storia. E ogni rutto… una nota a margine.”

Una ragazza bassina lo fermò sotto un glicine: “Non vuoi qualcosa di più leggero?”

Gli porse un’insalata di farro, con ceci, mela verde, menta e sentore di destino.

Germano si sentì vegano e felice. Senza bisogno di spiegarsi il perché.

Due osti, camicie sbottonate e bottiglie vive, gli versarono bicchieri pieni di aneddoti. “Bevi. Qui si brinda anche ai tentativi falliti. Soprattutto a quelli”

Il salsicciaio guardava un girarrosto cigolante e rideva.

Di continuo. Di gusto. Di follia.

Urlò qualcosa che nessuno capì.

Poi lo trascinò per le zampe in mezzo alla piazza.

La piazza era un vortice. Suoni. Sorrisi.

Figuranti vestiti da daini, finti macellai che lanciavano coriandoli di mortadella, ragazze che ballavano il liscio con gatti randagi.

Germano rideva.

Di cuore. Di pancia. Di felicità.

E proprio quando sembrava che tutto fosse perfetto… le luci tremarono.

Come le candeline quando sta per finire la cera. Le risate si allungarono. Le ombre si sbiadirono. I suoni si fecero ovattati, lontani.

E in un lampo di silenzio… tutto si dissolse.