Il Richiamo della Mozzarella

Con il sapore dell’amatriciana ancora sulle sue papille… e un senso di colpa che aveva superato agilmente, Germano si era messo in viaggio in direzione sud.
Non poteva ignorare quel latticino mistico di cui gli aveva parlato il riccio.
Attraversò montagne confuse e paesini su colline annoiate.
A Pontecorvo fece amicizia con un picchio ciociaro che parlava in codice morse e con un gregge di pecore convinte di essere nuvole.
Si fermò in una locanda silenziosa dove un vecchio gli sussurrò: “Ho un pecorino che contiene… l’intero universo.”
Lo assaggiò.
Vide colori di cui ignorava l’esistenza.
Intuì il peso specifico della malinconia, il profumo di una carezza dimenticata.
Si perse nel ricordo di un dolce mai assaggiato.
Poi… si addormentò.
Al risveglio, non si sa come, stava già camminando sulla costa campana.
Le onde del mare che si infrangevano sugli scogli sembravano volessero porgergli la zampa.
Faceva la stessa domanda a chiunque incontrasse. E tutti rispondevano allo stesso modo. “La mozzarella? Devi cercare la monaca bianca.”
Non fu semplice, ma un gruppo di bufale che masticavano fieno con l’aria da filosofe zen, gli dissero che l’avrebbe trovata in cima alla collina.
Arrivò al monastero. Un cartello diceva: “Caseificio delle Sorelle Tranquille – Vietato pensare troppo.”
Una monaca dall’aria mistica e bucolica, lo accolse con un sorriso… e un mestolo in mano.
Germano rifece la stessa domanda. La risposta, stavolta, fu diversa: “La mozzarella non si cerca. Si lascia venire a galla.”
Dopo un attimo gli porse una sfera di latte e sentimento.