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La Luna è una Pallotta

Con il ricordo del falco e le parole del carrettiere che gli risuonavano ancora in testa, Germano si era incamminato verso nord, lasciandosi alle spalle quel Castello meravigliosamente mistico.

Passò terre silenziose, né vuote né piene.
Monti bassi, campi scoscesi, e strade che sembravano dimenticate dalla geografia.
Un cartello arrugginito recitava: “Benvenuti in Molise (forse).”

Proprio lì, sul ciglio di una scogliera d’erba, stava un gabbiano. Non volava. Non gracchiava.
Meditava.

“Cosa guardi?” chiese Germano.
 “Ciò che non esiste,” rispose il gabbiano.
“E… lo vedi?”

Il gabbiano piegò il capo con lentezza.
“Riuscirci non è da tutti. Per farlo, devi volare con gli occhi chiusi.”

Poi spiegò le ali. Ma non prese il volo.
Restò sospeso.
Più che librarsi, veniva guardato dal cielo.

“Vai a nord,” disse. “La luna ha fame.”

E Germano proseguì. Con un mezzo sorriso. E un po’ più leggerezza nelle zampe.

Camminò tra boschi fruscianti e paesi aggrappati alle colline come pensieri non detti.

La notte lo colse su un crinale, dove il cielo sembrava più vicino e la luna enorme come un formaggio lasciato a stagionare nell’universo.

E lì, lo vide. Un lupo. Con il manto grigio come il dubbio e gli occhi colmi di nostalgia.
Sedeva su un muretto di pietra e guardava il cielo.

 “Le vedi?” chiese.
 “Le stelle?” rispose Germano.
 “No. Le pallotte. Rotolano nel cielo. Come quelle di cacio e uova. Le pallotte non illuminano. Ma scaldano i ricordi.”

Germano rise, ma il lupo non reagì. Restò serio, assorto.

 “Una volta,” disse, “cercavo le comete. Ora cerco il profumo delle cucine che non esistono più.”

 “E lo trovi?”

Il lupo annuì piano. “Ogni tanto. Nelle notti storte. Nei cortili dimenticati. O nel sorriso di chi assaggia e tace.”

Fece un gesto con la zampa, e da un fagotto di stoffa estrasse un piatto. Tre sfere dorate, croccanti fuori, tenere dentro.

Poi fece un cenno, e dal nulla comparve una pentola che borbottava come una vecchia zia in attesa di un complimento.

Dentro, un sugo di pomodoro ribolliva allegro, rosso vivo come un tramonto sui monti. Le pallotte ci si tuffarono dentro con un pluf da cartone animato, spruzzando intorno schizzi che parevano note musicali.

Germano ne afferrò una con le zampe e, al primo morso, capì che non stava solo assaggiando un piatto: stava partecipando a una festa segreta in cui pomodori, uova e formaggio ballavano un valzer lento, al lume intermittente di mille lucciole che svolazzavano allegre senza apparente motivo.

Il primo morso fu croccante, caldo, rotondo. Il secondo lo riportò sotto un portico, e al ricordo di un profumo di basilico e risate.

Il terzo… fu silenzio.

Il lupo lo osservava. “Ora mi capisci?”

Germano annuì, con la bocca piena e gli occhi lucidi. “Sì. Ma perché mi hai aspettato?”

Il lupo socchiuse gli occhi. “Perché certe strade non si aprono a chi ha fame. Si aprono a chi ha fame di capire.”

Poi si voltò verso la luna. “Vai. Lei ti aspetta. Ed è una pallotta come poche.”