L’Erba più Buona

Germano camminava da giorni verso nord, seguendo il richiamo di una nuvola che sapeva di latte e silenzio.
Aveva ancora sulla lingua il sapore delle pallotte d’Abruzzo, nelle orecchie il suono della chitarra.
Ma il suo cuore era già tra le cime.
Ogni passo lo portava più in alto, eppure sentiva di andare dentro qualcosa, non sopra.
L’aria si faceva più sottile. E il cielo, più presente.
Il sentiero si stringeva come un pensiero testardo.
Germano risaliva una traccia che pareva disegnata da una capra visionaria. Ogni curva gli mostrava un monte sempre più vicino. Bianco. Maestoso. Immobile. Immenso.
Non sembrava una montagna.
Sembrava un’idea. Una certezza che ti guarda da lontano senza bisogno di dire nulla.
“Sta lì da sempre,” pensava Germano. “Eppure, a ogni passo che faccio, diventa più grande. Come certe verità che non sai ancora di portarti dentro.”
Aveva finito la sua tisana al finocchietto da un bel pezzo.
La borraccia era leggera.
Troppo leggera.
Fu allora che vide una fonte. L’acqua scendeva da una roccia viva, limpida e rumorosa come un dubbio che finalmente si risolve.
Si chinò per riempire la borraccia.
Quando rialzò lo sguardo, accanto a lui, c’era un uomo. Zaino grande. Sandali impolverati. Sguardo che non cercava nulla, ma notava tutto.
“Anche tu verso nord?” chiese Germano, sperando in un compagno di sentiero.
L’uomo sorrise. “No. Io vado a sud. Seguo la Francigena.”
“Ah,” disse Germano, un po’ deluso. “E… cosa cerchi?”
L’uomo ci pensò. Ma non troppo.
“Non lo so. Ma ho deciso di camminare finché troverò qualcosa che non stavo cercando.”
“Per esempio?”
“Una parola giusta detta da uno sconosciuto. O una cosa buona che non può essere comprata.”
Poi si voltò verso Germano.
“E tu? Perché sali?”
Germano guardò la borraccia che si riempiva lentamente, goccia dopo goccia.
“Di preciso non lo so ancora. Ma sento che qualcosa, lassù, mi aspetta…”
L’uomo annuì.
“A volte bisogna cambiare altitudine, per cambiare il punto di vista.”
Non si scambiarono l’acqua. Ma un sorriso, sì.
Poi l’uomo prese una piccola pietra bianca dal bordo della fonte.
“Tienila. Non porta fortuna, ma ricorda dove ti sei fermato.”
Germano la prese. E gli lasciò in cambio una foglia di alloro secca, che teneva nella criniera.
“È buona nella zuppa,” disse. “E ottima nei giorni in cui manca il coraggio.”
Si salutarono senza altre parole.
Ognuno riprese il proprio cammino. Verso direzioni opposte. Ma con passi simili.
Germano salì ancora.
E quel Monte Bianco lo guardava. Senza giudicarlo. Come un padre che c’è sempre stato, ma lo capisci solo quando sei pronto.
Il sentiero si faceva sempre più ripido. Germano arrancava, sudando come un termosifone in agosto.
“Ma non potevano inventare un ascensore alpino?” sbuffò, fermandosi a metà salita.
Uno stambecco lo fissò masticando lento, senza scomporsi.
“Quanti passi ti mancano?” chiese.
“Tutti.” rispose Germano, crollando su una pietra.
Lo stambecco ruminò un altro po’.
“Allora sei fortunato. Hai ancora tutta la strada davanti.”
E restò immobile. Silenzioso. Perfettamente indifferente ai rischi della gravità.
Barba perfetta. Equilibrio perfetto. Tempo sospeso.
“Scusa,” disse Germano, senza fiato. “Ma… perché salire fin qui? L’erba cresce anche più in basso.”
Lo stambecco non rispose subito.
Ruminò.
Lentamente.
Poi disse: “Perché quella che cresce qui… sente il cielo ogni giorno.”
“Ma davvero vale la pena rischiare la vita per due fili d’erba?”